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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo /28 gennaio 2016

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A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

LUCINDA WILLIAMS – The Ghost Of Highway 20

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Dimentichiamo l’allure mitologica della Route 66. La Highway 20 è un’interstatale che va dalla Louisiana al Texas, in un susseguirsi di coffee house perse nel nulla, rare stazioni di servizio e immancabili motel che si affacciano tristi e indistinguibili sulla stessa linea d’asfalto. E la mente che scava nel passato, raccogliendo frammenti di serenità e d’angoscia. Questa è l’essenza dell’ultimo album di Lucinda Williams; un lavoro intimo, complesso e affascinante come un lungo viaggio nella memoria. Con la voce ruvida e toccante che abbiamo imparato ad amare, la songwriter americana rende omaggio a Woody Guthrie (“House of Earth”) e a Bruce Springsteen (“Factory”) e ci racconta splendide storie d’amore e d’inquietudine. Gli arrangiamenti scarni ed essenziali di “Dust”, “Place In My Heart” e “If There’s A Place in Heaven” (dedicata al padre Miller, recentemente scomparso) e la chitarra di Bill Frisell accentuano l’intimismo di un album che mette in evidenza il talento di Lucinda Williams. Qualora fosse necessaria una conferma. Ida Tiberio

TINDERSTICKS – The Waiting Room

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Senza fare filosofia da taverna (anche se…) diciamo che la musica sta diventando affare da fan. O meglio: c’è un consumo generale, vorace e indistinto, e poi chi, con fede cieca, continua a seguire ogni mossa/pubblicazione dei suoi beniamini, a prescindere. In questo contesto, una recensione, o la valutazione globale del percorso di un gruppo, ha un ruolo marginale. Pace; ai margini non si sta male quindi sia detto chiaro e tondo: questo è il primo album dei Tindersticks che si possa dire completamente riuscito da (tanti) anni a questa parte. “TWR” fonde la passione per le immagini e le atmosfere da sala buia (è accompagnato da cortometraggi, cita colonne sonore), la vena soul emersa subito dopo gli esordi, l’estro melodico e malinconico dei Tindersticks classici, con la voce-marchio-di-fabbrica di Stuart Staples a chiudere il cerchio. Bentornati. Marco Sideri  

ARUAN ORTIZ TRIO – Hidden Voices Nuovo

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Da diversi anni il pianista cubano Ortiz è andato ad aggiungere il proprio tocco possente ritmicamente e melodicamente scarno alla folta schiera di energie caraibiche con base negli States. Rispetto a Omar Sosa, che più o meno prende le mosse dagli stessi presupposti (conoscenza enciclopedica del jazz e delle note classiche, amore per le proprie radici afrocubane), Ortiz predilige una diteggiatura più vicina alle avanguardie afroamericane: ben evidente qui nelle due uniche cover presentate, rispettivamente da Ornette Coleman e Thelonious Monk (la poco frequentata “Skippy”). E’ un disco di enorme fascino, questo delle “voci nascoste” del titolo, ricercate e recuperate: con il supporto pressoché perfetto di due giganti come Eric Revis al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria, ed il gioiellino finale “Uno, dos y tres, que paso más chévere”, direttamente attinto dal patrimonio folklorico cubano. Guido Festinese

RENAISSANCE – DeLane Studios 1973

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Di recente la signora della voce Annie Haslam ha dato preziosa testimonianza di sé collaborando (assieme a gente come Robert Wyatt, Andy Latimer, Dave Stewart) a un disco avvolgente e morbidissimo come “Stream”, di Dave Sinclair, piccola rinascenza canterburiana. Adesso arriva qualcosa dal passato, ed è un passato molto luminoso: i nastri registrati ai DeLane Studios nel 1973.  Poca gente ad applaudire, concentrazione massima sulle volute di quel suono classicheggiante ed elegantissimo, con più tentativi di imitazione, all’epoca, della Settimana Enigmistica, ma ineguagliato. Si parte con “Can You Understand?” e si approda a “Prologue”. “In Ashes Are Burning” ci sono Andy Powell e Al Stewart. Una perla rimasta a sonnecchiare negli archivi che può ritornare a splendere: basta aver voglia di viaggiare con la fantasia, come succedeva tanto, tanto tempo fa, quando forse si era meno cinici e con un futuro ancora incartato in pacco regalo. Guido Festinese

IL DIARIO

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Diario del 28 gennaio 2014

Tempo fa vi avevo parlato del cliente con la pancia (direi anzi panciona) a punta, come se si fosse ingoiato intera la prua di una barca, e col suo caratteristico intercalare “scussssi” (con quattro esse). Oggi ritorna e, per l’occasione, vi propongo un potpourri di sue perle. “Scussssi, gli UB40 sono britannici?”, è l’unico che usa il termine britannico al posto di inglese. “Scussssi, Made in Japan dei Deep Purple è stato registrato proprio in Giappone?”. “Sì, e Made in Europe in Europa”, lapalissiano. Dario (ex Fnac), presente all’arrivo di Scussssi, ha una curiosità, “Ma da te ha mai comprato niente?”, “In tutti questi anni mi ricordo solo un cd da nove euro”, “Da noi ogni volta che chiedeva cosa avessimo di un gruppo, e dopo che glielo avevo mostrato, concludeva invariabilmente con: questo l’ho già presssso da Mediaword”.

“Avete ancora delle vecchie cassette?”, “No, ormai non se ne trovano più”, “Lo so, non sono per me, sono per una vecchina”, a chiedermelo è una signora di mezza età e la sua frase mi fa ricordare qualcosa, cerco sul Diario e trovo una richiesta identica il 28 novembre dell’anno scorso. Quella volta era un settantenne (il figlio?), questa una quaranta/cinquantenne (la nipote?), la prossima volta mi arriverà mica il pronipote ventenne?

USCITE DELLA SETTIMANA

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ELEANOR FRIEDBERGER – New View

“New View” è il terzo album solista di Eleanor Friedberger (The Fiery Furnaces), è nato nei dintorni dell’Echo Park di Los Angelese ed è stato completato a New York. Le canzoni sono state registrate in presa diretta con una strumentazione semplice: batteria, basso, piano Wurlitzer e chitarra acustica a 12 corde quasi in ogni traccia del disco. Il lavoro del produttore Knieper (figlio di Jurgen Knieper, il compositore tedesco in passato al lavoro per la colonna sonora de “Il Cielo Sopra Berlino” di Wim Wenders) ha dato al disco un suono classico, come un qualcosa da sempre negli scaffali di un collezionista di dischi, lì nel mezzo tra “New Morning” di Bob Dylan e “Vintage Violence” di John Cale. “New View” rientra perfettamente nella continuità del lavoro della Friedberger. Canzoni come “Open Season” rimandano ai suoi trascorsi nel duo Fiery Furnaces dei momenti migliori. La schietta ed ironica “Because I Asked You” è in perfetto stile Friedberger dell’esordio di “Last Summer”. Poi c’è “A Long Walk”, brano finale che conferisce al disco un riverbero crepuscolare memorabile. Non ha mai perso fiducia nei propri mezzi, Eleanor – stiamo parlando di un’artista che ha creato una ballata di nove minuti sul commercio internazionale di mirtilli come se fosse una “Thunder Road” qualunque– ma qui c’è una nuova consapevolezza. Si tratta di un dolce album di addio, esso stesso ricco di addii.

EMMA POLLOCK – In Search of Harperfield

A cinque anni e mezzo precisi dall’uscita del bellissimo “The Law Of Large Numbers”, prima volta su Chemikal Underground, Emma Pollock ha realizzato non semplicemente il suo seguito ma un disco che ha tutte le carte in regola per essere uno dei più importanti dell’intero catalogo dell’etichetta. Dalla durata di 45 minuti, le undici tracce che compongono il nuovo “In Search of Harperfield” mostrano il meglio della scrittura di Emma.
Dal grandioso lavoro chitarristico di “Intermission” e “Dark Skies”, passando dal pop eccentrico di “Parks and Recreation” e “Vacant Stare” fino alla complessa e oscura stravaganza di “Old Ghosts” e “Monster in The Pack” (con la partecipazione di RM Hubbert), “In Search Of Harperfield”, raggiunge senza alcun sforzo le vette compositive dei giorni con i The Delgados, richiamando tanto il fascino di Kate Bush, quanto le intrigate melodie di Sandy Denny e, in “Old Ghosts”, la parte melanconica di Dusty Springfield. Cinque anni e mezzo sono davvero molti nell’agenda di ognuno di noi. Un album così speciale si è finalmente materializzato dal crepuscolo e dovrebbe offrire a tutti noi un motivo di celebrazione.

BLOC PARTY – Hymns

La band di Kele Okereke firma con la Infectious e pubblica il quinto album “Hymns” a quattro anni quasi di distanza dal disco intitolato semplicemente “Four”, e dopo tumultuosi cambi di line up che hanno portato all’uscita del gruppo dell’intera sezione ritmica con l’addio del batterista Matt Tong e del bassista Gordon Moakes. I Bloc Party hanno rispolverato le vecchie energie e messo insieme un nuovo disco, che è stato stato anticipato dal primo singolo “The Love Within”

JESU/SUN KIL MOON – America’s Most Wanted

“America ‘s Most Wanted” è il nuovo album di Justin K. Broadrick (Jesu) e Mark Kozelek (Sun Kil Moon); come ospiti troviamo personaggi come Will Oldham,  Rachel Goswel (Slowdive e Mojave 3) Mimi Parker e Alan Sparhawk dei Low nel brano “Exodus”: elogio funebre del figlio di Nick Cave, morto a soli 15 anni.

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

DAVID BOWIE – Blackstar
LUCINDA WILLIAMS – The Ghosts of Highway 20
STEVEN WILSON – 4 ¢
ADELE – 25
TORTOISE – The Catastrophist

 

TEDESCHI TRUCKS BAND – Let Me Get By

Il 29 gennaio la TEDESCHI TRUCKS BAND, capitanata dalla squadra dei coniugi Susan Tedeschi (cantante e chitarrista) e Derek Trucks (fenomenale virtuoso della chitarra), coronerà uno straordinario anno di grandi trasformazioni con la pubblicazione di LET ME GET BY, terzo album della band, che segna il debutto su Fantasy Records. In più, la VERSIONE DELUXE include un SECONDO CD di 8 tracce con registrazioni dal vivo catturate al leggendario Beacon Theatre di New York, mix alternativi, prove di registrazione e altro materiale registrato in studio, insieme con un booklet arricchito di foto esclusive (in studio e dal vivo), il tutto racchiuso in un box che riproduce il design di un amplificatore vintage.

 

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